C’era una volta la città dei matti…

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Credits

Titolo:
C’era Una Volta La Città Dei Matti…

Una produzione:
Ciao Ragazzi Srl per Rai Fiction

Un film di:
Marco Turco

Con:
Fabrizio Gifuni
Vittoria Puccini

Prodotto da:
Claudia Mori
Per Ciao Ragazzi

Regia di:
Marco Turco

Soggetto:
Alessandro Sermoneta
Katja Colja
Marco Turco

Sceneggiatura:
Alessandro Sermoneta
Katja Colja
Elena Bucaccio
Marco Turco

Musiche di:
Mauro Pagani

Edizioni Musicali:
Lunapark Ediz. Musicali
Rai Trade

Sinossi

Prima c’era la Città dei matti, il manicomio. Con tutto il suo carico di orrori piccoli e grandi. Letti di contenzione, camice di forza, celle d’isolamento, elettrochoc punitivi, infermieri-carcerieri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Non un luogo di cura ma di segregazione, occultamento e cronicizzazione di quello “scandalo” sociale che è sempre stata la malattia mentale. In tutto il mondo occidentale, nessuno aveva mai messo in discussione il manicomio, nessuno aveva mai osato sfidare frontalmente il potere degli psichiatri. Almeno fino all’inizio degli anni ’60 quando, in una città di provincia del Nord, un giovane psichiatra ribelle, emarginato dal mondo accademico, Franco Basaglia, accese quella scintilla che provocò un incendio impensabile fino a qualche anno prima…

Margherita è una ragazza bella e piena di vita. La sua unica “tara” è di avere una madre che vive nell’ossessione della colpa di averla concepita con un soldato americano, che poi è sparito. Per questo, per non ammettere nemmeno con se stessa il peso del “peccato” che si porta dentro, lo scarica sulla figlia. E quando le suore del collegio a cui è affidata si lamentano del carattere troppo vivace di Margherita, delle sue prime, normali pulsioni amorose, la fa ricoverare in ospedale psichiatrico. In pochi mesi, nell’ambiente oppressivo e violento del manicomio, Margherita, da ragazzina piena di vita e curiosità, si trasforma. Diventa una creatura ribelle e ingovernabile, al punto che la tengono in una gabbia come una bestia feroce…
Boris è reduce da una guerra terribile che lo ha ridotto al mutismo. Nessuno sa quali orrori hanno visto quegli occhi neri e profondi, le sofferenze patite da quel corpo possente e gigantesco. Perché Boris è chiuso in se stesso, non parla, non esprime in nessun modo i suoi sentimenti. Ma fa paura. E nel manicomio dove lo portano, invece di aiutarlo, pensano solo a “contenerlo”, a neutralizzare la sua carica aggressiva con elettrochoc e camice di forza. Boris rimane legato ad un letto per quindici anni… Furlan è un ex partigiano, un uomo mite e buono che ha moglie e figli. Lui in ospedale psichiatrico ci si fa chiudere di sua volontà. Vuole curarsi dalla paura degli attentati che gli è rimasta dalla guerra, dall’alcolismo che gli mina il fisico e la mente. Non immagina che dentro la città dei matti ci rimarrà prigioniero, nutrito a forza con un imbuto, sottoposto a terapie crudeli e devastanti che invece di curarlo lo riducono ad una larva…
Cicca-cicca è come un bambino anche se ha quasi vent’anni. Il manicomio, dove vive sottomesso alle prepotenze di ricoverati e infermieri, è tutto il suo mondo. Chiuso in se stesso, spaventato, vive tremando di paura, seguendo solo i suoi desideri primari…
E poi c’è Nives, che non è una paziente ma un’infermiera. E’ una brava donna, un madre di famiglia onesta e lavoratrice. Le hanno insegnato che i matti non sono persone ma poco più che cose: vanno lavati, vestiti, legati e puniti. E lei questo fa, li lava, li nutre, li punisce. E questo trattare gli esseri umani come oggetti, pian piano la svuota dentro, la divora. Non si rende conto Nives che il manicomio è un lager che ha il potere di disumanizzare non solo i “matti” ma anche chi li dovrebbe curare e invece è ridotto al rango di carceriere…

Questi, tra gli altri, sono gli uomini e le donne che si trova di fronte Franco Basaglia quando diventa direttore del manicomio di Gorizia. Un posto marginale, a suo modo comodo, dove lo psichiatra potrebbe limitarsi a prendere lo stipendio e continuare scrivere i suoi libri delegando, come il suo predecessore, ad assistenti e infermieri lo sporco lavoro di amministrare l’ospedale. Ma Basaglia e sua moglie, Franca Ongaro, una donna coraggiosa e colta dell’alta borghesia veneziana, a contatto con quella realtà terribile sono sconvolti. E decidono di cambiarla. Come, non lo sanno, perché il manicomio è una delle istituzioni repressive più durature della storia umana in Occidente. Ma qualcosa si deve fare. A costo d’inimicarsi l’establishment politico e culturale dell’epoca.

Comincia così un’avventura straordinaria che porta Franco e sua moglie, ai quali si uniranno altri giovani psichiatri ribelli, a “smontare” letteralmente l’universo concentrazionario della Città dei matti. Un’avventura mai tentata prima, piena di rischi e di pericoli il cui esito è tutt’altro che certo. Con la direzione Basaglia viene eliminata ogni tipo di contenzione fisica, sospese le terapie di elettroshock. Vengono aperti i cancelli, lasciando così i malati liberi di passeggiare nel parco, di consumare i pasti all’aperto, persino di lavorare. S’inizia, soprattutto, a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati e ai loro bisogni. Si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne. Un amministratore locale del tempo, venuto in visita all’ospedale di Gorizia, così racconta: “Potei vedere un ospedale vivo, pieno di gente che non si distingueva: malati, medici, visitatori, volontari, infermieri, non era facile riconoscerli, individuare i loro ruoli. Ma soprattutto vidi come, pur essendo un “intellettuale”, Basaglia fosse capace di comprendere i bisogni più elementari dei malati. Li conosceva tutti. Entravano nel suo ufficio senza essere annunciati, la porta era sempre aperta e c’era un via vai continuo. Così come, nel parco, era un fermarsi a ogni passo, a salutare, a chiacchierare con l’uno o con l’altro”.

Grazie al nuovo corso Margherita, Boris, Cicca-cicca e tanti altri degenti come loro si riaffacciano alla vita… E il racconto, attraverso le loro vicende, diventa un palpitante percorso umano e sentimentale in cui uomini e donne, destinati a finire i loro giorni rinchiusi, riconquistano, tra successi e cadute, giorno dopo giorno, una vita degna di essere vissuta: un lavoro, una casa, l’amore… Anche gli infermieri come Nives, dapprima avversari del nuovo direttore, acquisiscono una nuova coscienza e gli si affiancano nel processo di trasformazione del manicomio… I protagonisti di questa vicenda epica pagheranno però un alto prezzo esistenziale e personale: difficoltà economiche, problemi familiari, separazioni segnano le storie di medici e infermieri che hanno deciso di seguire Franco nella sua lotta… Tutte le rivoluzioni hanno morti e feriti. Tutte le rivoluzioni travolgono vittime innocenti. Come accade alla moglie di Furlan, che viene uccisa dal marito in quella che sembrava una tranquilla giornata di visita a casa. Perché Basaglia questo ha deciso, che i degenti possano e debbano tornare a casa a trovare le loro famiglie, a riconquistarsi pian piano una fetta di vita normale. Per la maggior parte è l’inizio di un processo di guarigione, per pochissimi, come Furlan, accade una tragedia.
Tragedia che però viene subito strumentalizzata dalla stampa e dai nemici di Basaglia per tentare di frenare il nuovo corso.

Questo provocherà una crisi dell’esperimento di Gorizia. E lo stesso Franco attraversa un drammatico momento d’incertezza. Ma poi, inaspettatamente, un politico democristiano illuminato, Michele Zanetti, gli offre la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste. E qui, maturati e tempi e messe a frutto le esperienze, Basaglia e i suoi collaboratori, decidono che l’istituzione non può essere trasformata ma va negata. A Trieste il manicomio deve essere chiuso. Non c’è più spazio per compromessi e ritardi, bisogna lavorare doppio, abbattere le mura dell’ospedale e disegnare le strutture di una comunità possibile sul territorio.

E’ l’esplosione di un fermento entusiasta e vitale. Da tutto il mondo arrivano volontari attirati dall’eco delle notizie straordinarie che vengono da Trieste. Giovani medici inglesi, svedesi, norvegesi, operatori psichiatrici americani e francesi… Attorno a Basaglia si costituisce una comunità variopinta e singolare che ravviva in una specie di grande happening quelli che una volta erano i cupi cortili di un manicomio.

I frutti del lavoro di tanti anni dello psichiatra veneziano sono finalmente maturi: il 13 maggio 1978 viene approvata, quasi all’unanimità, in Parlamento, la legge 180 di riforma psichiatrica, che di fatto abolisce l’esistenza stessa dell’istituzione manicomiale. Ma nell’euforia della vittoria è sempre Franco Basaglia a sorprendere e mettere tutti in guardia: la legge 180 non è il punto di arrivo, ma dev’essere il punto di partenza di una nuova esperienza. Secondo Basaglia la nuova psichiatria deve andare oltre la chiusura dei manicomi ed affrontare quel disagio sociale attraverso il quale miseria, indigenza, tossicodipendenza, emarginazione, delinquenza, conducono alla follia.

Intanto Boris, pur tra sconfitte e delusioni, ha trovato una sua dimensione lavorativa ed artistica. Nives, separata dal marito, continua con altri volontari ad occuparsi del disagio mentale nelle nuove strutture di comunità terapeutica. Margherita vive ormai fuori del manicomio, libera, con un figlio che ha voluto tra mille difficoltà e che sta crescendo bello e sano…

Basaglia non porterà a termine la sua opera stroncato per un paradosso del destino da un tumore al cervello. Ma i protagonisti della nostra storia, pazienti ed infermieri che incarnano con la loro vicenda concreta ed umana gli sforzi di Franco Basaglia, hanno ormai in mano le loro esistenze.